(Balzolo, Majella Orientale, foto dal web)
Cara Maja,
ti scusi
per la mail che hai letto con tanto ritardo e io sorrido. Qui i giorni scorrono
così uguali che se anche la tua risposta fosse arrivata tra un anno, avrei
ricordato la mia domanda come vecchia di una sola settimana.
Sembra che
abbiamo scelto un giorno, io e lei. Uno che c’è piaciuto e che continuiamo a
rivivere. Quello e altri due o tre. Per esempio capita di rivivere il giorno in
cui si fa l’amore, il giorno in cui si scrive, il giorno in cui si fa un lavoro
in casa o il giorno in cui si esce per andare in paese. E’ come se dopo una
vertigine a salire da un punto verso il cielo, sul mappamondo, adesso fossimo
ri-precipitati in quel punto, e ne avessimo fatto il nostro universo.
In questo
momento il giorno identico che riviviamo ogni giorno è nella variante
autunnale. Piove, qualche volta dal tetto.
Ieri
davanti alla stufa ci siamo abbracciati e le ho detto: io e te che
attraversiamo la crisi.
Ridendo
l’ho detto.
Qui sul
poggio, contando i giorni di autonomia, a me sembra che non perdendoci in
assurdi voli pindarici, abbiamo recuperato vita e senso. Quando il vento si
posa e giace il silenzio, allora mi sembra che il sorriso, la sua pelle liscia,
questo verde intorno, cucinare e mangiare, siano gli istanti stessi che
compongono il mio tempo. E che altrove mi sentirei semplicemente alieno.
Un pensiero
alla precarietà, per chiudere: semmai conobbi in questa vita altra condizione,
ormai dubito persino della memoria di quei giorni lontani e considero qualsiasi
pretesa di stabilità, un capriccio di bimbo che batte i piedi e domanda la sua
illusione.
